Pezzo di carta del 17 dicembre 2014

Piccola Distribuzione Organizzata del basso Garda – Pezzo di Carta del 17 dicembre 2014

Guardate, oggi ero proprio imbarazzato in merito all’argomento da portarvi accanto al cavolo verza, nella cassetta. Prima ero deciso a condividere con voi gli eventi disdicevoli di Roma, che stanno toccando anche la gestione della Città dell’Altra Economia, dei quali si sta dibattendo all’interno del Tavolo RES. Poi mi ero preparato un pochino, e stavo propendendo, a parlarvi della Legge Regionale n.31 della Regione Lombardia, quella che riguarda le “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato”.

Senonché, tra le varie letture, mi sono imbattuto in una ricostruzione storico filosofica del paradigma economico del capitalismo. Così ho pensato bene di annoiare gli ortaggi in cassetta con queste riflessioni. Gli altri argomenti, un’altra volta.

La Prima e la Seconda rivoluzione Industriale, sono riuscite ad imporre un nuovo paradigma economico perché sono state in grado, alla prova dei fatti, di creare delle grandi narrazioni cosmologiche. Nulla di nuovo storicamente parlando, ciò accadde infatti già nel corso del medioevo.

Il pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino (XIII secolo), imponendo una rigida gerarchia nella natura, ha modellato una società, quella medioevale appunto, nella quale la diversità e l’ineguaglianza erano indispensabili al perfetto funzionamento dell’intero sistema. Ciascuna entità, come emanazione della volontà divina di Dio, aveva una propria collocazione ben precisa nel sistema. Il modello feudale ben rispecchiava questa concezione, plasmando una società in cui ogni uomo aveva il proprio grado con la relativa costellazione di diritti e di doveri. E difatti il Sistema Medievale ha funzionato egregiamente per svariati secoli.

Poi venne Martin Lutero, che seppe sferrare un durissimo attacco alla rigida catena dell’essere sostenuta dalla Chiesa. Il Teologo protestante seppe opporre alla Cosmologia feudale della Chiesa una visione del mondo incentrata sulla relazione personale di ciascun credente con Cristo. Non a caso nei paesi protestanti si ebbe una prima vera grande alfabetizzazione di massa: non era la gerarchia ecclesiastica ad imporre una interpretazione delle sacre scritture, ma ciascuno poteva, Bibbia alla mano, trovare la propria chiave di lettura: “ciascun uomo è solo davanti a Dio”.

Se, come sosteneva  Lutero, il destino ultimo dell’individuo non dipendeva dalle buone azioni, ma era predeterminato, allora accettare la propria vocazione e svolgere appieno la propria missione tra i vivi, senza cedimenti, poteva essere un buon modo per aumentare le probabilità della propria salvezza eterna. Ci pensò successivamente Giovanni Calvino ad esasperare questo aspetto della nuova narrazione Cosmologica: ogni individuo ha il dovere di impegnarsi a fondo nell’ambito cui è stato chiamato ad operare per migliorare le proprie fortune nella vita e quindi la propria speranza di salvezza.

Questo involontario sostegno teologico allo spirito di intrapresa, nel giro di pochi decenni portò a confondere il miglioramento vocazionale con quello economico: oramai l’homo aeconomicus aveva trovato la luce!  L’uomo solo davanti a Dio divenne l’uomo solo nel mercato.

Siamo nel periodo dal XVI e XVIII secolo e il paradigma è destinato ad essere nuovamente smussato. Ci penserà l’illuminista John Locke ad aggiungere il tassello successivo: il diritto naturale alla proprietà privata. Nel momento in cui un uomo prende qualcosa dalla natura e vi aggiunge del proprio lavoro, la cosa che ottiene è di sua proprietà. Poi fu la volta di Adam Smith: l’individuo è sempre teso nello sforzo di trovare l’impiego più vantaggioso per le cose proprie e questo impegno, di riflesso, risulta essere vantaggioso anche per tutta la società. Avrete capito che non siamo ancora al termine di questa catena di mattoni che vanno edificando la narrazione del Capitalismo. Ci manca il passaggio che scollega il lavoro dalla proprietà, ad opera del capitale.

Qui entra in gioco la teoria utilitarista del valore di David Hume e Jeremy Bentam: per giustificare la appropriazione del plusvalore del lavoro da parte di chi mette a disposizione i mezzi di produzione, gli utilitaristi asserirono che il Capitale era un diritto di proprietà accumulato con del lavoro pregresso. Qui siamo in pieno XIX secolo, epoca in cui nascono le grandi ideologie: i Socialisti che si rifacevano al diritto naturale di Lockiana origine, e i capitalisti classici, che hanno perseguito invece il disegno Cosmologico di Hume e Bentham. L’utilità della proprietà privata, sia essa legata al lavoro o racchiusa nel Capitale, è sostenuta dall’evidenza che consentiva di conseguire il piacere personale e l’allontanamento del dolore, generando quindi un maggiore benessere per l’intera società.

In ultimo ci pensò Darwin, seppure inconsapevolmente, a dare una rassicurante giustificazione naturale alla narrazione utilitarista, con la sua Opera L’origine dell’uomo.

Insomma, ci sono voluti un bel manipolo di pensatori e filosofi spalmati su almeno quattro secoli per modellare la narrazione capitalista.

E noi, oggi, cosa stimo facendo per smontare questa narrazione? Cosa stiamo facendo per una nuova narrazione Cosmologica che preluda ad un nuovo paradigma economico? Perché ce n’è tanto bisogno

BUON CAMBIAMENTO, E TANTI ORTAGGI BUONI PER TUTTI.

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2 thoughts on “Pezzo di carta del 17 dicembre 2014

  1. Pingback: Pezzo di recensione dell’8 gennaio 2015 | Ci scappa il Garda

  2. Pingback: Pezzo di carta del 23 dicembre 2014 | Ci scappa il Garda

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