pezzo di carta del 3 luglio

Paradigma. Mi dicono di ritornare su questa parola, per approfondirla. Perciò oggi voglio riprendere il qui già citato Thomas Samuel Kuhn, relativamente alla teoria delle rivoluzioni scientifiche, per condividere con voi una riflessione. Secondo il filosofo statunitense del secolo scorso, una rivoluzione si compie quando si passa da un insieme di teorie, leggi e strumenti ad un altro, completamente diverso. Cosa vogliamo metterci dentro a questo variegato “insieme”?
Vogliamo partire dalle leggi del mercato? Vogliamo partire dalle leggi della domanda e dell’offerta, dalle leggi della finanza, dagli strumenti legislativi che regolamentano l’economia?
Io sarei per ripartire dal lavoro, serve un nuovo paradigma del lavoro.
In una trasmissione radiofonica specializzata, di cui non ricordo il titolo, mi è capitato di sentire questa frase: “Le banche non erogano finanziamenti esclusivamente perché non ci sono imprenditori che propongano progetti industriali credibili, innovativi, capaci di futuro”. Premesso che sono contro a questo sistema bancario, disposto ad erogare i finanziamenti solo se in odore di profitto a due cifre, la cosa fa tuttavia riflettere. Perché le banche dovrebbero investire in sistemi produttivi, sostenendo quindi le attività lavorative che li compongono, se tali attività non hanno un futuro certo e chiaro?
Che senso ha investire nella produzione di autovetture a benzina se gli scenari futuri portano ad immaginare una mobilità differente? Che senso ha investire nella realizzazione di nuovi edifici se siamo pieni di edifici vuoti ed inutilizzati?

Ecco allora che il paradigma da rivoluzionare è proprio quello del lavoro. Servono lavori nuovi; nuovi anche, e soprattutto, nel significato di cui si fanno portatori. Il lavoro oggi è diventato un modo per avere soldi da reimmettere nel circuito economico, nulla di più. Per questo viene misurato con la capacità di acquisto che è in grado di fornire a chi lo svolge. Occorrono invece parametri nuovi: quanto un lavoro ci riempie di significati, ci dona stimoli, ci aiuta a relazionare con gli altri, ci pone in armonia con la natura? Forse oggi non basta più scegliere come spendere i propri soldi, in modo critico e orientato all’economia solidale: serve ancor di più essere artefici del cambio di paradigma del lavoro, sperimentando sulla propria pelle i “nuovi modi del lavoro”.

Evidentemente è una sfida immane: siamo troppo abituati a misurare il nostro status con quanto ci entra nella tasche a fine mese; ad ogni buon conto, in ogni transizione servono delle avanguardie e questo è il momento di fare le avanguardie. Se è vero, come è vero, che i partigiani rappresentavano meno del 2% della popolazione italiana, e sono stati fautori di un importante cambio di paradigma istituzionale, credo che i movimenti di cittadini ispirati al bene comune, l’Economia Solidale tra questi, abbiano i numeri e la capacità per essere artefici della prossima rivoluzione.

Buoni ortaggi a tutti i rivoluzionari!

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One thought on “pezzo di carta del 3 luglio

  1. E’ davvero una sfida immane….e tutto ciò implica una rivoluzione culturale, ripensare al modo di intendere la vita, i valori….purtroppo la nostra economia si basa su beni di consumo effimeri. Speriamo che, anche se lento, il processo di consapevolezza che si è messo in atto in determinati ambiti, trovi spazio e tanti nuovi consensi.

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